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La quasi totalità dei trentenni che conosco vive intrappolata in declinazioni socialmente conformi di relazione stabile alimentate da senso di colpa, desiderio di controllo e rassegnazione sessuale.

Ogni ritardo che la vostra ragazza vi perdona, ogni indelicatezza su cui soprassiede, ogni culo di troia che finge di non essersi accorta che stavate guardando, costituiscono soltanto marginali frammenti di orgoglio che è ben disposta a sacrificare in nome della cucina in muratura che le costruirete quando l’avrete sposata.

Foste anche l’ultimo stronzo in circolazione, foste persino il più patetico invertebrato figlio di puttana che abbia avuto la malaugurata idea di strisciare sul globo terraqueo, nulla – sottolineo nulla – impedirà alla vostra donna di accasarvi in un bilocale sulla Bufalotta, piastrellarvi le pareti di cotto e convincervi ad ingravidarla prima che lavorare 13 ore al giorno per Accenture vi renda impotenti.

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autunno. : avant la guerre. (via lollodj)

(via lapaolina)

"Se ti squilla il telefono mentre stai sul 4 e 90, e quello dall’altra parte continua a parlare, magari spiegandoti una cosa difficilissima che devi fare o il percorso di una strada per arrivare dove devi, tu lo ascolti, dici «se, se, vabbè», fino a che a un certo punto sbrocchi, e poi sull’auti fa callo, e devi pure scenne, e poi te ariva na parola ogni 10: «Ruggè?, aoh! Se sentimo dopo, mo’ sto sull’auto: te sento e nun te sento».

Oppure, c’è tuo zio che sta ricoverato al Pertini, lo vai a trovare il mercoledì sera alle 9 dopo il lavoro perché tanto devi fa’ la Tiburtina, e poi l’amico tuo Enzo è il nipote della vicina de casa della caposala e ti fa entrare. «A’ zi’, come te senti? Te sei arzato oggi?». Tuo zio ha la televisione in stanza, sintonizzata su una fiction di Rai Uno. Sta ancora mezzo rintronato dall’anestesia, stava dormendo quando sei arrivato, ma je piagne er core a dittelo: «A zio» - a Roma la parentela subita si rovescia nel dativo della parentela corrispondente (è una cosa difficile da spiegare) - «sto tutto rincojonito: te sento e nun te sento».

A Roma, sentire qualcuno dire «te sento e nun te sento» è comune quanto sentir dire «c’ho er sugo sur foco». E’ sia il grido di dolore per una comunicazione impossibile, sia l’espressione della refrattarietà a un suono esterno che non si vuole sentire del tutto.

La grandezza di Guzzanti è avere preso un’espressione popolare ossimorica e autoconfutantesi (il principio del’identità degli enunciati preso e soffritto aglio e olio) e averla messa dentro un discorso mitologico sul presente: Aniene, un dio pagano mezzo Lorenzo mezzo Totti con la parlata tipica degli anienini, quelli che vivono appunto sulla Tiburtina, è stato mandato sulla terra a salvare gli umani da un Padre altrettanto arruffone e sgangherato, che la voce di Guzzanti rende veridittivo, inesorabile, esilarante. Pure a noi, ce sentono e nun ce sentono.

Perché faccia così ridere quest’operazione è un mistero. Se è vero che il comico è dato dalla combinazione di tragedia e tempo, Guzzanti con 3 parole plasma la materia della tragedia dell’incomunicabilità eterna sul tempo attuale, un tempo in cui il Papa (come il Papa di Moretti) non ce la fa (gnaa fa) a guidare le anime dei fedeli perché non può nascondere a se stesso l’esistenza dell’altare sotterraneo dedicato agli dei della greco-romanità, e la loro sostanziale verità rispetto al millenario velo del menzognero monoteismo.

Dio ti parla, ma tu lo senti e nun lo senti. Tu gli chiedi, domandi la strada, ma lui te sente e nun te sente. Anche il Papa è costretto a votarsi a figurine di creta che potrebbero essere Gormiti, affinché l’ordine in terra («Cupido, smetti di scoccare frece tra omo e omo») sia ristabilito.

Non è un caso se anche Venditti, storico cantore delle strade più complicate di Roma sullo spartito del Tuttocittà, lo dice all’inizio della sua nuova mitografia primigenia: ormai va a braccio, la funzione fàtica della prima parola della canzone, quella luce nel buio per tante generazioni, è intermittente: da Hermes che sfrecciava dalla Cecchignola a Casalotti Boccea, è diventato un Mercurio sentimentale, che ce sente, e nun ce sente insieme.

Anche l’amore a Roma te lo ricordi perché è scandito dalle piccole storie, le storie affluenti in quella grande: l’esondazione dell’Aniene è l’evento piccolo, microemotivo, perfetto rigoglio della natura laterale, dentro l’oscura Storia di questo paese manovrato da poteri volgari e inesorabili che avvengono sulle sponde del fiume grande, dove prosperano gli affari di palazzo (la p2, la p3, la p4, *i masoni*, Zu Silvio, la mafia che festeggia i suoi 150 anni).

Lo ripetiamo da giorni, e ci piace, perché quella non-espressione ci ha dato voce. Quello che ogni giorno ascoltiamo da un orecchio ci entra e dall’altro ci esce, perché dobbiamo fare altro, abbiamo da fare la vita. Da figura dell’incomunicabilità subita tra gli umani e il divino, il «te sento e nun te sento» è un’istanza rivoluzionaria: c’è volontarietà nel sentire e non sentire insieme, è la difesa del debole nei confronti della voce del padrone che esce ogni giorno dal televisore mentre facciamo altro, è la vittoria della vita vera che continua la sua faticosa narrazione singola, oltre la voce del bassetto che si scopa un capriolo nella sua grottesca barzelletta del potere."

— «Te sento e nun te sento» - DR (via danielaranieri)

madri.

la sento al piano di sotto.
urla con suo figlio, poco più che adolescente ma già sufficientemente testa di cazzo.
lui con me è sempre educato, quando lo incontro nell’ascensore.
mi chiede scusa per il casino che fa quando canta il metal con la chitarra in cuffia.
io gli dico sempre che potrebbe anche farci sentire la chitarra che magari coprirebbe la voce e… ok non lo dico, ma lo penso.
poi lo sento che tratta la madre da schifo.
sento lei che urla, sempre. disperata.
lui la prende per il culo. non la rispetta assolutamente.
fa come cazzo gli pare, insomma.
lo facevo anche io, ovvio. ma in modo più sottile.
questo qui è un teppista, uno che le mette le mani addosso, che è strafottente, un piccolo ipocrita senza futuro.
e lei piange.
una notte l’ho sentita urlare “io ti ho messo al mondo e io ti ci tolgo”.
lo so che è disperazione, ma per dirlo, una madre, deve proprio essere al limite.
ora sta urlandogli di andarsene. che non lo vuole più vedere.
che se vuole continuare a fare come gli pare deve andare via da questa casa.
via.
a lavorare.
lui imperterrito le chiede una firma. non ho capito bene perché, ma sembra l’unica cosa gli interessi davvero.
lei urla di no, che non gliela fa la firma e che se ne deve andare.
lui dice “si ok me ne vado ma famme ‘sta firma”.
ho paura che cederà lei.
il padre? assente. sempre.
quando c’è del resto gli sento solo dire stronzate.
e guardo il mio piccolo teppista treenne che dorme.
coi capelli tagliati di fresco.
e penso come sarà essere madre da sola.
penso cosa farò io.
se gliela farò o no, alla fine, quella cazzo di firma.
la sento piangere e vorrei come ogni volta andare giù, suonare il campanello, dare un cazzotto in faccia a lui e abbracciare lei.
e dirle “no guarda, non sei mica sola. poi passa”.
e invece mi faccio - ovviamente - i cazzi miei.
e continuo a guardare quel metro di bambino che dorme nel letto, apparentemente angelico, pensando che almeno in questo spero di non fallire.
almeno in questo.

That awkward moment when you know how to say something in english, but can’t remember how to say it in your own language.

letsbecrazy:

(Source: alexanderpthecat, via emetib-deactivated20120122)

"C’è una cosa che però è certa: bisogna saperlo usare. E non è che io me ne intenda molto, non avendocelo. Ma sono sicura che è come quando ti regalano la paletta e il secchiello, per andare in spiaggia. Uno mica nasce sapendo usare la paletta, no? Sì impara, anche se ci sono certi casi disperati che si ostinano a voler sbattocchiare la paletta sulla sabbia senza un minimo di senno. A questi voglio dire, indipendentemente dalle misure (che per quello poco si può fare), imparate ad usarlo. I metodi per migliorare sono a vostra discrezione."

Ti è piaciuto?: Signora, ho messo un etto in più.. lascio? (via plettrude)

(via claire1)

storvandre:

Optimism.

storvandre:

Optimism.

the sound of silence.

ho cercato le parole e ho trovato solo bestemmie e parolacce. e specchi rotti. e pugni stretti. e vaffanculo urlati davanti alla mia immagine riflessa, come nei film. come *nel* film. e ora ho voglia di silenzio. lasciatemi sentire il rumore del silenzio per un po’. finché non sarò io a dire “musica, maestro”.

"Le passioni si esauriscono tutte. E’ nella loro natura. Del resto sarebbe ridicolo se durassero per sempre. Prova a immaginarti, due persone che dopo aver passato dieci o venti anni insieme continuano ad avere la stessa ansia reciproca di quando si sono conosciute? Sarebbe una specie di farsa, o un caso clinico. (…)
Una passione si alimenta di quello che non sai di un’altra persona, molto più di quello che sai. Se non la conosci e hai qualche buon elemento di partenza ti puoi immaginare qualsiasi cosa. Sovrapponi le tue fantasie alle zone d’ombra, e se ci sono tante zone d’ombra hai ancora più spazio, puoi farci stare dei sogni interi. Ma il guaio di una passione è che produce molta luce concentrata, è solo questione di tempo prima che rischiari ogni piccolo angolo. E di solito non ci trovi più molto, quando l’ombra si è dissolta."

— Andrea De Carlo - Tecniche di seduzione. (via beggi)

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Sono un magistrato italiano e oggi rappresento molti altri magistrati come me. A nome mio e a nome loro, oggi, finalmente, confessiamo.

Confessiamo di essere effettivamente degli eversori, come qualcuno ritiene. Applichiamo, infatti, le regole della nostra Costituzione e delle nostre leggi con la stessa imparzialità e impegno agli immigrati clandestini e ai potenti, agli emarginati e a coloro che gestiscono le leve della finanza, della politica, dell’informazione. E’ vero, siamo degli eversori perché, insieme a CALAMANDREI, riteniamo la Costituzione e la Corte Costituzionale una “garanzia con cui il singolo è messo in grado di difendere il suo diritto contro gli attentati dello stesso legislatore o del governo”. Questo, oggi, vuol dire essere eversori.

Confessiamo di essere veramente, come è stato sostenuto, disturbati mentali, perché solo chi è tale continua a credere nel servizio giustizia, quando non sai se il giorno dopo ci sarà qualcuno che presterà assistenza al tuo computer, quando vedi che gli indispensabili collaboratori che vanno in pensione non sono sostituiti, quando per poter lavorare condividi stanze anguste con colleghi o assistenti, quando in ferie scrivi sentenze o prepari provvedimenti, quando, nonostante ciò, sei accusato di protagonismo e di perder tempo in conferenze o convegni.

Confessiamo di non poter sempre soddisfare l’opinione pubblica se la Costituzione e le leggi ce lo vietano, perché assolviamo chi riteniamo innocente anche se ciò non porta consensi, condanniamo chi riteniamo colpevole sulla base della rigorosa valutazione delle prove anche quando i sondaggi, veri o falsi che siano, non ci confortano, e valutiamo la responsabilità dei singoli anche quando chi governa vorrebbe una risposta dura, anche a scapito del singolo, a fenomeni di violenza collettiva.

Confessiamo, è vero, di sovvertire il voto degli italiani perché avendo giurato sulla Costituzione Repubblicana, riteniamo, con EINAUDI, che quella Costituzione imponga ai magistrati di utilizzare i freni che “hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti, scelti dalla maggioranza degli elettori. Quei freni che “tutelano la maggioranza contro la tirannia di chi altrimenti agirebbe in suo nome”, quei freni che impongono la disapplicazione delle leggi in contrasto con le norme europee o l’incostituzionalità quando violano norme di diritto internazionale.

Confessiamo di essere politicizzati e non vogliamo essere apolitici come dichiaravano di esserlo la maggioranza dei magistrati fascisti o i magistrati iscritti alla P2 o i magistrati che per avere qualche posto direttivo o semidirettivo si appoggiano a potenti o faccendieri di turno, frequentano salotti buoni, fanno la telefonata agli amici o utilizzano il loro ruolo per avere sconti, gadget, ingressi o servizi gratuiti. Siamo politicizzati e vogliamo esserlo perché applichiamo la legge con il giusto rigore anche a chi governa, a chi potrebbe favorirci, consapevoli che saremmo apolitici solo se non disturbassimo le classi dirigenti, le élite al potere che vogliono essere al di sopra delle regole.

Confessiamo anche di fare proselitismo della nostra eversione, raccontando in Italia ed all’estero le ragioni della nostra autonomia e della nostra indipendenza, i motivi per cui riteniamo che nel nostro paese, oggi più di ieri, quell’assetto costituzionale della magistratura sia essenziale per evitare che gli interessi di parte prevalgano sempre e comunque sugli interessi della collettività, perché l’Italia non possa permettersi un diverso assetto della magistratura quando tra i suoi rappresentanti in Parlamento o negli enti locali siedono condannati per reati gravissimi e la giustizia sia terreno di aggressioni inimmaginabili per gli altri paesi democratici.

Confessiamo, una volta per tutte, di essere toghe rosse; siamo rossi, rubando ancora una volta le parole a Piero CALAMANDREI, “perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria”; siamo rossi anche se non sappiamo cosa ciò esattamente significhi, perché per noi il rosso è principalmente il sangue dei colleghi uccisi per il loro lavoro.

Confessiamo anche di avere dei correi, il personale amministrativo senza il quale non potremmo commettere da soli le nostro colpe; molti di loro condividono la nostra eversione e i nostri disturbi mentali se è vero che accettano di svolgere lavori superiori alle loro mansioni e al loro stipendio, condividono le nostre stesse stanze anguste, le nostre incertezze sul futuro dei progetti organizzativi ministeriali.

Ci spiace confessare che anche numerosi appartenenti alle forze dell’ordine, incredibilmente, ritengono, come noi, che nessuno sia sopra la legge e vedendoci lavorare quotidianamente si rendono conto che l’eversione di molti di noi è uguale alla loro: rendere alla collettività il servizio per il quale siamo pagati, senza concedere che qualcuno possa stare al di sopra delle regole.

Confessiamo, infine, che per noi il 29 gennaio è la data in cui ricordiamo Emilio Alessandrini, pubblico ministero a Milano che oggi, 32 anni fa, veniva ucciso dagli eversori, quelli veri, quelli che al posto della nostra arma, la Costituzione, utilizzavano le pistole. Mi piacerebbe, signor presidente, che al termine del mio intervento non vi fossero applausi, rituali o spontanei, formali o calorosi che siano, ma il silenzio, magari in piedi, dedicato al collega ucciso dai terroristi, affinché la sua memoria ci illumini oggi e, ancor di più, da domani.

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La “confessione” di una toga (via matteostagi)

storvandre:

Tollera il giullare. Fallo ballare. Osserva la sua maschera che si incolla al viso. Chiediti come farà a lavare via il trucco. Chiediti come sarà quando non farà più ridere. Tollera il giullare. Lascia che ti chieda spiccioli per le sue giravolte. Chiediti se ha una vita, che vita può avere….